Giornale del 01 Agosto 2013

Tutti vogliono i cinesi: consigli da UK e Australia

ATTUALITA'

01-08-2013 NUMERO: Giornale Online

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Turisti cinesi intLa premessa è quella constatata da Unwto, che lo scorso maggio ha piazzato definitivamente la Cina in cima alla lista dei maggiori bacini di mercato per il turismo, con 102 miliardi di dollari spesi nel 2012 dai cittadini cinesi in viaggio all’estero, che entro il 2020 saranno circa 200 milioni l’anno.

 

Gli sviluppi del fenomeno si vedono in quasi tutto il mondo, e perfino in Italia: tutti ora guardano alla Cina, e ai suoi viaggiatori pazzi per lo shopping, per coprire i vuoti lasciati dalla domanda domestica o internazionale indebolita dalla crisi.

 

Il G’Day China dell’Australia, da 1,75 milioni di dollari
Ci prova anche il governo australiano, che per l’incoming già conta sul suo creativo ente del turismo, e nel 2012 ha accolto 625mila cinesi, ma ne vuole di più. Così si prepara a lanciare nel 2014 la nuova campagna G’Day China da 1,75 milioni di dollari (sul modello di quella già riuscita negli Usa, intitolata appunto G’Day USA): il premier australiano Julia Gillard, a capo della prima nutrita delegazione di imprenditori, l’ha presentata in primavera a Shanghai al nuovo presidente cinese Xi Jinping, il quale tra l’altro ha serenamente annunciato che entro i prossimi cinque anni 400 milioni di cinesi viaggeranno all’estero.

 

Gillard ha firmato in Cina anche un accordo valutario che farà del dollaro australiano la terza valuta scambiata in Cina dopo il dollaro Usa e lo yen giappponese, e ha spiegato che G’Day China servirà a fare dell’Australia una delle mete prevalenti nella domanda cinese, e mercato primario di investimento per la Cina. La campagna include anche una settimana di manifestazioni ispirate alla cultura, alla tradizione e all’arte australiane.

 

Experience Oz, attrazioni per i cinesi
Intanto Experience Oz, operatore online australiano specializzato in tour e attività, ha varato dopo un anno e mezzo di cantiere il suo portale in cinese: non solo vetrina ma vero e-commerce con call center in cinese, prodotto calibrato sul gusto cinese e pagamenti su UnionPay, il sistema più diffuso in Cina, il tutto ottimizzato per mobile, e indicizzato nel motore di ricerca Baidu, oltre che in Google. E con un modello di business che non chiede un soldo ai fornitori per presentare il loro prodotto in cinese.

 

«Il lancio in cinese è strategico per il nostro progetto di crescita – ha detto Clint Gudenswager, gm del portale – Abbiamo studiato i loro gusti, che sono molto diversi dai nostri. Ma le prime sfide sono tecnologiche, più che culturali».

 

Di certo c’è che la gran parte dei cinesi non parla inglese, di qui l’esigenza di un portale dedicato ai viaggiatori individuali che non fosse solo una vetrina, ma un vero booking. Il che, riporta Gudenswager, ha subito prodotto un aumento del tasso di conversione da visitatori a booking sul mercato cinese, con la sorpresa di 334mila visitatori di lingua cinese residenti in Australia e Nuova Zelanda.

 

Il ritardo di Londra, i consigli di Graff
Utili consigli su come catturare nuova domanda turistica cinese li ha dati ultimamente anche l’inglese Roy Graff, che alla crescita del rapporto commerciale con la Cina ha dedicato la sua organizzazione China Contact. In un’intervista a Christine Lu di Affinity China si scopre tra l’altro che VisitBritain ha subìto tagli del budget che ricordano quelli inferti all’Enit, e che hanno frenato la crescita in Cina.

 

Ma altre analogie ci avvicinano alla Gran Bretagna: complicato sistema di emissione dei visti per i cinesi, che restano troppo costosi, e difficoltà a inserirsi in itinerari multidestinazione, con costo dei servizi troppo alto per soggiorni lunghi, e scarsa promozione del territorio, infine il definitivo ritardo in confronto ai competitor.

 

Agli hotel e alle imprese Roy Graff suggerisce di dotarsi di personale che parli cinese, come hanno già fatto Harrods e Selfridges, capace di accogliere i visitatori e guidarli alla scoperta della città, ristoranti e shopping inclusi (i cinesi faticano a confrontare le taglie di abbigliamento, e adorano i negozi originali), di distinguere le aree di provenienza che li rendono molto diversi tra loro (Nord, Sud, Hong Kong, Taiwan e altro) e di affrontare correttamente ogni reclamo o richiesta specifica, tenendo presente che il cinese diffida per abitudine di qualsiasi venditore, per cui atteggiamenti troppo amichevoli o aggressivi lo mettono ugualmente in crisi.

 

Graff raccomanda anche di attrezzarsi per accettare pagamenti con la China UnionPay, e di fare tutto questo prima di ricevere cinesi, non solo una volta stretti gli accordi commerciali per i gruppi. Perché anche pochi ospiti cinesi soddisfatti innescano un potentissimo passaparola tra i connazionali. Bisogna anche offrire il wi-fi e chiedere loro di postare recensioni positive sui social cinesi, come Jiepeng, Weibo e Weixin.

 

«Meglio puntare alto»
Alle istituzioni infine Graff raccomanda di comunicare con insistenza sia in Cina che in Gran Bretagna ogni variazione delle procedure di emissione dei visti (ultimamente molto migliorata in Gran Bretagna), di concedere visti per ingressi multipli ai repeater, e magari di raccogliere i dati biometrici solo all’arrivo in Europa, non prima della partenza.

 

Poi di puntare alto: «Meglio 400mila cinesi che spendono 3mila sterline ciascuno in Gran Bretagna, che un milione che ne spende solo 1.000 a testa». Infine di fare tutto il possibile per conquistare visibilità in Cina, dove la Gran Bretagna – lamenta Graff – è ampiamente battuta dai competitor diretti: come, per l’appunto, Australia, Nuova Zelanda, Usa e Francia.


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