Giornale del 17 Settembre 2015

L’ipotesi digital tax minaccia le Olta?

ATTUALITA'

17-09-2015 NUMERO: Giornale Online

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Chissà se durante l’annuncio fatto in diretta da Matteo Renzi nella trasmissione della Gruber riguardo l’entrata in vigore, dal 2017, della digital tax sui colossi del web, da Google a Facebook, da Netflix a Apple, anche le Olta (o meglio i loro consigli d’amministrazione) hanno fatto un salto sulla sedia.


In effetti si è trattato di un annuncio-bomba considerato che la proposta di legge, a firma di due deputati di Scelta Civica (e concordata con il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti) che giaceva lì da qualche mese è stata all’improvviso rilanciata dal Premier, a sorpresa, nell’ultimo minuto della trasmissione ‘Otto e Mezzo’ del 14 settembre, assicurando che entro la fine del prossimo anno la digital tax (detta anche Google tax) che intende «far pagare le tasse nei luoghi dove si fanno transazioni e affari sarà legge in Italia dal primo gennaio 2017».


C’è chi ha visto una contraddizione nelle intenzioni del Primo Ministro che aveva bocciato la proposta di Francesco Boccia (ci si perdoni il gioco di parole) riguardo la web tax che però era pensata in senso protezionistico: prevedeva infatti l’obbligo di apertura di una partita Iva italiana per le aziende che vendono servizi di ecommerce e advertising, mentre il search advertising visualizzabile sul territorio italiano avrebbe dovuto essere “acquistato da partita Iva nazionale e rintracciabile”.


Diversa invece la proposta della digital tax che prevede, per ogni transazione diretta dall'estero in Italia operata da colossi del digitale – quindi, se ne deduce, Olta comprese – verrà applicata una ritenuta del 25%. A meno che le stesse multinazionali del web non decidano di aprire una sede fiscale nei nostri confini o non trovino accordi con il fisco. Le società coinvolte saranno quelle che per un periodo di tempo superiore ai sei mesi abbiano superato i cinque milioni di euro di entrate provenienti dall'Italia.

 

Riuscirà ad andare in porto?
Questa la proposta. Diverso dire se andrà mai in porto. «Sono anni che si cerca di regolare la materia fiscale relativa al digitale che, per sua natura, sconfina e sovrasta i confini nazionali. Anzi vive proprio di questo. Un esempio? L’Inghilterra sta cercando da molto tempo di far pagare le tasse ad Amazon facendo leva sulla presenza ‘fisica’ dei loro magazzini di stoccaggio sul territorio inglese, ma finora non l’ha spuntata – dice Caterina Claudi, consulente fiscale esperta in materia turistica – Ritengo che i singoli Stati abbiano opportunità di farcela limitate. Si tratta di ridefinire le normative fiscali a livello internazionale. O almeno europeo».


In effetti in molti hanno pensato che quella di Renzi fosse, se non proprio una boutade, almeno un pungolo all’Ocse per spingerla ad accelerare i tempi di definizione delle nuove norme: «Stiamo aspettando da due anni che ci sia una legge europea», ha infatti dichiarato il premier durante la trasmissione su La 7. Insomma al momento sembra più una delle consuete uscite da “annuncite” senza grandi effettive conseguenze pratiche.


Al momento l’unica certezza resta la normativa in vigore da gennaio 2015 e che riguarda l’Iva nell’ecommerce. Che si paga nel Paese dell'acquirente e non più del venditore come succedeva prima.

Maria Paola Quaglia

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